Dicembre assomiglia ad un capolinea, l’ultima stazione di una città che ancora non conosci ma che non vedi l’ora di scoprire, un treno, quel treno, con dodici fermate che non finiscono più o che scorrono in un battito di ciglia, dipende da come stai, da cosa cerchi. Magari ti addormenti e ti perdi il paesaggio. Oppure conti tutti i paesi che mancano prima di scendere, che spesso hanno dei nomi che non avevi mai immaginato. Poi arrivi, e?
2017
città sconosciuta, temperatura anche, ci arriverò un po’ impreparata e con la valigia sbagliata, troppi maglioni o troppo pochi, i jeans e i pantaloni a palazzo che n0n saprò mai come abbinare, avrò freddo o caldo o tutti e due e mi sarò dimenticata il dentifricio a casa, ma i calzini, sì, i calzini ci saranno, e saranno sempre giusti.
Ci sono cose che non sono mai sbagliate. I sogni, quelli sul soffitto della testa, ad esempio. Le parole dette con il cuore in mano, anche se magari il cuore te lo infilzano con lo spiedino del barbecue e se lo mangiano al prossimo Ferragosto. Sognare (con del sano revery) non può essere un errore, forse è addirittura l’unica certezza che si può avere.
I sogni calzano su di noi come i calzini, ognuno ha i suoi, glitterati, a pois, a fantasmino, neri, bianchi, o non lo so, ma ognuno ha i suoi e in qualche modo stanno sempre bene.
Sarebbe divertente ora raccogliere tutti i biglietti dei treni che ho preso quest’anno, calcolare anche il percorso fatto in bus, i viaggi in macchina e quelli in aereo, e sommare tutti i chilometri di questi dodici mesi. Probabilmente, probabilmente dico, il risultato equivarrebbe a due giri del mondo! O poco meno. E dopo questa incredibile avventura piena di musica e di cose belle, sento che è giunto il momento di abbassare un po’ il volume. Solo un po’.
Viaggiare, perdersi, incontrare, smettere di pensare, studiare, ascoltare. Soprattutto, ascoltare.
Viaggiare, perdersi, incontrare, smettere di pensare, studiare, ascoltare. Soprattutto, ascoltare.
Stare un po’ in silenzio, non autocitarsi ma citare, non sentire ma ascoltare. E ascoltarsi, ma non troppo.
Leggevo NANA da piccola, un manga su una ragazza piuttosto rock ‘n’ roll, che il giorno prima della partenza per Tokyo con biglietto di sola andata dice: “come bagaglio porterò soltanto la mia chitarra e un pacchetto di sigarette.”
Così mi porterò solo uno zaino, il fedele zaino del campeggio, lo zaino di chi parte e non ha voglia di stare troppo comodo. Una bottiglietta d’acqua, il guitalele, un quaderno di appunti con il palloncino rosso sulla copertina, le cuffiette e lo spazzolino da denti.




















































