martedì 18 luglio 2017

Blackout

Sono le 7 di sabato mattina ed io prendo una pastiglia per evitare di sentirmi male nella traversata del mare agitato tra l'isola caraibica di San Andres e quella di Providencia. Poco dopo ci imbarcano e ci sediamo al posto che desideriamo e allacciamo la cintura. Non passano nemmeno 5 minuti che la mia testa si fa pesante e i miei occhi di piombo. Le mie palpebre si chiudono a scatto e a quanto pare le mie labbra perdono il loro colore abituale. Sento la mia compagna di viaggio domandarmi se va tutto bene ma io non trovo la forza di rispondere e mi sento come un bicchiere al quale con la cannuccia stanno aspirando tutto il liquido. Sento rumori in lontananza e sento la barca scivolare sull'acqua. L'aria condizionata mi obbliga a mettermi la giacca e il sole che picchia sul vetro me la fa togliere poco dopo. Ci provo a tenere gli occhi aperti ma non riesco. Mi lascio andare al folle stato apatico. La barca naviga per oltre 3 ore ed io non faccio altro che crollare, svegliarmi, cambiare posizione, addormentarmi e fare sogni assurdi. L'arrivo mi obbliga ad alzarmi, ad uscire dalla barca, ad aspettare pazientemente lo zaino. Mi sento uno zoombie e ogni cosa appare troppo grande o troppo forte e io appaio troppo debole, troppo poco me stessa. A fatica salgo sul taxi e con Euge diamo la direzione dell'hotel al taxista. Per fortuna sull'uscio della casa troviamo ad accoglierci la signora Laurel, donna gentile e dal fare caloroso. Parla un mix tra lo spagnolo, l'inglese e il criollo. Il nipote di nome Sandro mi fa il check in e mi da alcune informazioni fondamentali riguardo alla struttura e alla zona. Io non riesco a prestargli attenzione, ho solo bisogno del letto. Lo ringrazio gentilmente, bevo la limonata offertami gentilmente e mi sdraio sul letto che sono le 12. Mi sveglio alcune volte durante il pomeriggio ma non ho la forza di alzarmi dal letto. Alle 19 trovo il coraggio di alzarmi ma mi sento uno straccio. La necessità di  mangiare mi obbliga ad alzarmi e a relazionarmi con la realtà. Chiediamo a Laurel dove possiamo mangiare un boccone e ci accompagna in un baracchino situato dietro casa. Mangiamo gamberoni con riso ed insalata e alle 22 siamo di nuovo a letto con la testa su quale pianeta non si sa. Dormiamo fino alle 8 e il mio cervello non ne ha abbastanza. Come faccio a svegliarlo? Vorrei buttargli un secchio d'acqua e urlargli di alzarsi ma lui non risponde. La mia bocca non è collegata al cervello e faccio fatica a parlare; il mio corpo non è collegato al cervello e faccio fatica a muovermi. Ma che cavolo mi succede? Sembra un brutto sogno ma io sono sveglia. Facciamo colazione, un americano dalla voce bassa ed incomprensibile cerca di fare inutilmente conversazione con me, e poi andiamo in spiaggia. Ma io mi trovo in un'altra dimensione, mi sento drogata. Mai più, sarà l'ultima volta che prendo una pastiglia offertami con tanta leggerezza. Al ritorno piuttosto vomito. Alle 15 finalmente esco da questo terribile torpore e andiamo a pranzare al ristorante sulla spiaggia chiamato divino niño.

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