Il martedì è una giornata strana, il cielo è di un azzurro meraviglioso ma io con i miei dolori femminili mi trascino da un ristorante all'altro in cerca di un po' di fresco. Una grande afa avvolge come un cappotto la città e noi dobbiamo sopportare questa sudarola per oltre 15 ore. Non abbiamo più la stanza all'ostello, perché questa notte viaggeremo a Lençois. Lena ci raggiunge alle 17 e dopo cena, insieme a Lidya, ci dirigiamo verso la stazione dei bus. Arriviamo abbastanza di corsa, 10 minuti prima della partenza. Sistemiamo i bagagli nel compartimento stiva e ci apprestiamo a salire sul bus. Eugenia non viene autirizzata a salire perché non ha il documento con sé. Cerchiamo di convincere l'autista ad accettare la foto sul telefonino ma è irremovibile. Non ci resta altro da fare che salutare Lena e Lidya, tornare all'ostello a dormire e affrontare la trasferta a Lençois con il bus delle 7 del mattino. E così faremo. Raggiungiamo Lençois alle 14 del mercoledi. Riceviamo la raccomandazione di andare all'ostello Lençois backpacker gestito da un signore francese e la seguiamo. Faccio per disfare il mio zaino ed improvvisamente mi accorgo che al suo interno mancano i miei occhiali da vista. Noooooooo, Eloisa, ripigliati! Ma ci potete credere che ho perso 2 paia di occhiali nel giro di 3 mesi? L'unica cosa che mi consola è che sono praticamente certa che gli occhiali sono rimasti sul bus, quindi vado a chiedere informazioni allo sportello. Qualche ora più tardi mi fanno sapere che li hanno trovati e che li potrò riavere poco prima della mezzanotte. Approfitto della quiete pomeridiana per farmi fare la ceretta da una signora che mi intrattiene con racconti divertenti e che si perde in risate potenti. Verso fine pomeriggio rientro all'hotel e trovo Lena in compagnia di un giovanotto francese. Tutti insieme andiamo a cena e poi a dormire, perché la giornata di giovedi prevede una gran bella camminata nel parco nazionale della chapata diamantina. Lo zaino è pronto, la sveglia pure ed ecco che mi lascio rapire dal sonno.
Alle 6 parte il trillo che ci sveglia di colpo e dopo pochi istanti di indecisione ecco che siamo tutti con i piedi giù dal letto. La colazione ci offre la giusta energia per affrontare la giornata di cammino. Poco dopo le 7 si materializza Wendel e dice di essere la nostra guida. Con lui si presenta pure il nostro autista. Dovremo viaggiare poco più di 2 ore per raggiungere il punto di partenza del nostro trekking. Zaino in spalla, acqua a portata di mano ed eccoci pronti ad attraversare il pianoro colmo di piante basse e aride. L'ambiente che ci circonda non è più una foresta pluviale (mata atlantica), bensì una foresta di alberelli e cespugli secchi. La vallata è cosparsa di panettoncini immensi che spuntano dal suolo come fossero funghi. Dopo mezzora di pianura cominciamo ad arrampicarci su una di queste montagne ricoperte di alberi e di struttura calcarea. In un'ora circa raggiungiamo la cima e ci rilassiamo sgranocchiando della frutta e dei cereali. La vista sulla pianura sottostante è molto allettante. Ma non ci possiamo fermare qui troppo a lungo perché ci sono molti altri punti interessanti da cui osservare l'imponente natura. Una volta ripreso il cammino l'effetto ottico ci dice che dovremo camminare lungo una pianura per chilometri e chilometri, ma come può essere? Siamo saliti e dovremmo scendere. In realtà scendiamo, ma l'occhio rimane ingannato e pensa che sia una distesa infinita. Attraversiamo un fiume ferroso dal colore rosso con venature nere e poi procediamo verso il punto panoramico dove pranzeremo. La vista ci lascia inebetiti e meravigliati. Sembra di essere al gran Canyon ma con una vallata verde e senza il fiume colorado che scorre in mezzo. Non ci si stanca mai di osservare la magnificenza della natura. Nel primo pomeriggio terminiamo la camminata, ci piazziamo all'accampamento e senza zaino camminiamo alla cascata. Per arrivarci dobbiamo camminare su un sentiero di sassi stretto e scivoloso. Arrivata in un punto un po difficoltoso, per superare l'albero che spunta esternamente, mi sporgo, afferro una radice che spunta dal terreno e mi ci aggrappo con tutto il peso del corpo. Solo che la radice si rompe ed io cado all'indietro dritta nel fiume. Con un piede sbatto da qualche parte, sento un rumoroso crack e subito penso di aver rotto il piede. Mi aiutano ad uscire dall'acqua e mi issano sul sentiero di pietra. Il mio corpo inizia a tremare e a sudare, la mia pelle diventa bianca di colpo. Dopo un paio di zuccherini riappare un po'di colorito sulle mie guance e i miei compagni di viaggio si rilassano un po'. In realtà non mi fa cosi male, ma non capisco cosa possa essere successo. È solo la botta? Ho lesionato qualcosa? Torno all'accampamento saltellando e dopo una veloce doccia mi curo con il ghiaccio, con la pomata all'arnica e con degli antinfiammatori. Ceno con la truppa e poi vado a dormire dando un po' di sollievo al mio piede. Venerdi i miei amici vanno a camminare mentre io rimango tranquilla all'accampamento a riposare il piede. La sera Euge e i ragazzi tornano e ceniamo tutti insieme. La serata termina con una cantata intorno al fuoco.
Sabato mattina sono certa che non posso camminare 20 chilometri con il piede gonfio che mi ritrovo perciò devo fare affidamento sul mulo di un uomo nativo della chapata diamantina. L'idea di salire in groppa ad un animale dopo la disarcionata dal cavallo in mongolia non mi fa impazzire. Ma non ho alternativa e quindi mi faccio coraggio. Nelle 3 seguenti ore di cammino non so se ho sofferto più io o più l'asino. Poverino, ha dovuto trasportare il mio peso giù dai sentieri diassestati e ripidi. Ogni scalino era una fitta di dolore al piede. Ho battezzato il mio nuovo amico con il soprannome di chiuchino dal film di shrek e con il mio bell'animaletto cerco di instaurare una relazione dolce. Quando entriamo finalmente in paese tiro un respiro di sollievo. Ora mi tocca aspettare un'auto che mi porto a Palmieras e poi aspettare il gruppo per rientrare a lençois. Stasera viaggerò a San Salvador per vedere un medico il più presto possibile.
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